Babel e la questione di genere
«Non vi rendete conto di quanto sia difficile essere una donna da queste parti» continuò Victoire. «Sulla carta sono tutti molto aperti e progressisti, certo. Ma ci considerano molto poco. […] Ogni minima debolezza che mostriamo è la conferma delle peggiori teorie che circolano sul nostro conto, ovvero che siamo fragili, isteriche, e di natura troppo ingenua per gestire le mansioni che ci vengono assegnate.»
Una ventata di innovazione per la questione di genere?
Fin da subito Babel ci viene presentato come un universo a sé, un posto all’avanguardia rispetto a molti altri atenei (si evince, ad esempio, dal fatto che ospiti studenti di diverse etnie). Proprio per questo non passa inosservata nemmeno la questione di genere. Infatti, il Royale Institute of Translation è l’unica facoltà che può essere frequentata anche dalle donne, un fatto per nulla usuale all’interno dell’istituzione universitaria dell’epoca. Ramy e Robin infatti rimangono molto stupiti scoprendo che due ragazze, Victoire e Letty, sarebbero state loro compagne di corso. Queste ultime s’impegnano e studiano duramente, non solo per il loro amore per le lingue, ma anche per fatto che Babel è l’unico posto disposto ad accoglierle. Inoltre, un altro fatto insolito, è che nella torre ad insegnare latino c’è una donna, la Professoressa Margaret Craft, una sorta di faro di speranza per Letty che guarda a lei con ammirazione e speranza.

Non tutto è come sembra…

Date queste premesse, si potrebbe pensare a Babel come un luogo molto aperto e progressista, almeno sulla carta. Eppure, ci sono però degli elementi che lasciano intendere che non tutto sia così meraviglioso come sembra. “Suppongo che abbiamo deciso di essere femmine perché per essere maschi pare si debba rinunciare a metà dei neuroni del cervello” risponde stizzita Letty, al primo incontro con Robin e Ramy. Le ragazze sono costrette a portare i capelli corti, a vestirsi con abiti maschili per “non turbare né distrarre i giovani gentiluomini”. Come se questo non fosse abbastanza, non gli è permesso di vivere all’interno del college, per cui ogni giorno sono costrette a fare parecchia strada per andare e tornare dal loro alloggio a Babel. Tutto questo lascia trasparire l’ingiustizia e la disparità; il fatto che l’università sia un luogo ritagliato per soli uomini. Anche la stessa professoressa Craft farà scoppiare in lacrime Letty quando sminuirà la faccenda affermando che “Babel non discrimina certo le donne. Molto semplicemente, solo a pochissime rappresentati del nostro sesso interessano le lingue”. Forse allora le ragazze non sono davvero accettate a Babel, ma la loro presenza viene “tollerata” in quanto “servono” a Babel come risorse da sfruttare.
La verità nella finzione
Non bisogna d’altronde dimenticare il contesto storico-culturale in cui la vicenda, per quanto finzionale, è ambientata. Siamo pur sempre in Inghilterra, nella prima metà dell’Ottocento. Storicamente, a quest’altezza cronologica, era già uscita quella che è considerata una delle prime opere del femminismo, la Rivendicazione dei diritti della donna (1792) di Mary Wollstonecraft, che rivendicava il diritto d’istruzione delle donne. Nonostante ciò, molte scuole, fino agli anni 70 dell’Ottocento, preparavano le donne soprattutto per il ruoli di cura, come governanti, e le università di prestigio come Oxford e Cambridge riducevano al minimo la partecipazione delle donne, indirizzandole piuttosto in università minori. Perciò, nella critica sulla disparità (che rimane sottile per tutta la narrazione facendosi a volte più evidente), la finzione non si discosta poi così tanto dalla realtà dei tempi. Se quindi alcuni eventi del libro al lettore moderno fanno storcere il naso (come ad esempio il fatto che il padre di Letty non fosse disposto a pagare per l’istruzione di una donna o il triste episodio accaduto a lei e Victoire al ballo, quando vengono importunate da dei ragazzi) dobbiamo pensare che fossero la “normalità” (per quanto ingiusta) nell’Ottocento. Forse quello che lascia l’amaro in bocca più di tutto, oltre alla disparità lampante, è l’ipocrisia di Babel: una facoltà in cui si ostenta innovazione, ma in cui di fatto regna la disparità.